La Battaglia di Tolentino: 2 e 3 maggio 1815, Castello della Rancia

La Battaglia di Tolentino: 2 e 3 maggio 1815, Castello della Rancia

Il ricordo della “Battaglia di Tolentino” (in seguito denominata dagli studiosi anche “della Rancia”, “di Macerata”, “di Cantagallo” o “di Montemilone” - antico nome dell’attuale Pollenza -) è certamente uno degli avvenimenti storici più importanti che si sono verificati nella provincia di Macerata è rimasto sempre ben presente nella memoria dei suoi cittadini e ha suscitato l’interesse dei cronisti e degli storici che se ne sono occupati sin dalle origini. La battaglia del 2 e 3 maggio 1815 viene indicata come uno degli episodi decisivi della guerra austro-napoletana e considerata, talvolta, la prima del Risorgimento Italiano.

Il 18 giugno 1815 nel territorio di Waterloo si svolse la gigantesca battaglia che segnò la sconfitta e la caduta di Napoleone Bonaparte. Poco più di un mese prima, un altro storico conflitto si verificò nelle vallate del fiume Chienti fra le truppe austriache del generale Federico Bianchi e l’esercito comandato dal re di Napoli Gioacchino Murat; quest’ultimo, sconfitto dopo ripetuti e alterni scontri, si vide costretto a rinunciare al generoso proposito italico lanciato con il proclama di Rimini del 30 marzo 1815 con il quale esortava gli italiani a combattere uniti per la loro indipendenza. 

Aspri combattimenti si svolsero nelle pianure intorno al Castello della Rancia, divenuto punto strategico della resistenza di Murat in quelle giornate; in realtà, gli scontri si dipanarono su un’area assai più estesa che si allungava nelle contrade circostanti: Cisterna, Rotondo, Colmaggiore, Salcito, Campino, Col Bamboccio, Amadio e in modo particolare a Cantagallo, nel territorio del comune di Pollenza; inoltre, comprendeva l’abitato di Tolentino e si estendeva fino alle estreme propaggini delle colline maceratesi oltre Sforzacosta e di quelle al di là del fiume Chienti verso Colli Vasari, Abbadia di Fiastra e Urbisaglia (un territorio vastissimo nel quale si trovavano strade, fossati, edifici, casali, edicole che divennero luoghi di sanguinosi scontri, ricordati con ampiezza dalle cronache del tempo e dei quali la tradizione orale ha tramandato ampie memorie).

Riportiamo di seguito alcune parti della relazione del conte Giuseppe Neroni (1784-1858, viceprefetto del distretto di Tolentino nel 1815, testimone oculare dei fatti d’arme nei giorni 2 e 3 maggio fra i napoletani e le armate imperiali), considerando che egli descrisse gli eventi dopo la restaurazione del governo pontificio, avvenuta soprattutto grazie all’opera degli austriaci, è naturale che non potesse simpatizzare per Gioacchino Murat e il suo esercito, tanto da menzionarlo come “inimico”: 

“Fin dal 1 maggio era giunto in questa città – Tolentino – il corpo d’armata comandato dal Feld-maresciallo barone Bianchi, forte di oltre 16000 uomini, tra i quali cinque reggimenti di fanteria, il primo battaglione estense, un numeroso distaccamento di cacciatori tirolesi, nonché due reggimenti di cavalleria. Un considerevole treno d’artiglieria lo seguiva. All’istante furono dagli austriaci occupate tutte le posizioni che guardavano gli sbocchi dalle differenti strade di Montemilone, Macerata ed Urbisaglia. Frattanto l’inimico rinforzava i suoi corpi postati a Macerata. Egli già contava in quella piazza le divisioni Lechi, D’Ambrosio e Pignatelli e quella della Guardia formanti una massa da 25 a 30000 uomini. Re Gioacchino era giunto in città e subito erasi recato a riconoscere gli avamposti della sua armata che si spingevano a più miglia da Macerata verso Tolentino.

Il giorno 2, fin dal sorgere della luna incominciò un fuoco vivissimo fra gli avamposti dei due corpi. Questo non cessò neppure al sopravvenire della notte. Mentre combattevasi, varie partite d’usseri manovravano onde tagliare i molini della piazza nemica. Essi vi riuscirono e la manovra produsse il più grande effetto. L’inimico tutto ad un tratto videsi affamato. Di più, provò ancora qualche perdita. Gli fecero prigionieri pochi uomini ed uno squadrone dei suoi lancieri fu molto maltrattato a colpi di sciabola. Nonostante però tutti gli attacchi, i Napoletani riuscirono a mantenersi nella posizione del Castello della Rancia che avevano occupato verso mezzodì e simultaneamente una colonna di essi discesa dalle alture di Cantagallo e occupò la posizione di Rotondo gettandosi dentro di un fosso che servivale di trincea formidabile. Di qui faceva un ininterrotto fuoco sopra il corpo del generale Traxis, che era appostato sui piani della Cisterna sol mezza lega distante dalla nostra città. In questa posizione di sua natura fortissima, si sostennero i nemici fino alle due pomeridiane del giorno 3 maggio e non prima di allora ne furono cacciati da un distaccamento di dragoni, i quali con l’impetuosità dei loro attacchi e con un movimento ben combinato, lanciando sopra i nemici molte granate, lasciaron coperta dai loro cadaveri quella posizione interessantissima. 

Un attacco su tutta la linea era inevitabile nel giorno seguente. Difatti fin dal primo mattino s’impegnò un cannoneggiamento accompagnato da un fuoco di fucileria spaventoso. Tutti gli sforzi dell’inimico eran diretti ad espugnare le posizioni acquisite dall’ala sinistra e dal centro dell’armata austriaca. Il teatro della battaglia era sui campi della Rancia e si estendeva verso le colline di Montemilone. Il Castello della Rancia fu preso e ripreso per ben tre volte. Un qualche sforzo si faceva dal nemico sull’ala destra, ma esso fu subito respinto. L’ala sinistra però non era bastantemente forte per contenere l’irruzione del nemico comandato dal suo stesso Re, il quale aveva potuto impadronirsi della bella posizione di Cantagallo. Tutti i suoi tentativi però per mantenervisi tornarono vuoti di effetto. Il barone D’Eckart sostenne tutti gli attacchi con quell’intrepidezza che lo caratterizza e con un poderoso rinforzo penetrato per le nostre colline fin presso Montemilone, riacquistò la superiorità ed in capo ad un’ora poté sloggiare da Cantagallo i suoi nemici.

Erano le 6 pomeridiane ed essi sconcertati sempre più nei loro disegni a motivo dell’annunciato avanzamento del corpo sotto gli ordini del conte Niepperg, che con la massima celerità marciava per Filottrano e Cingoli onde sorprenderli di fianco, già più pensavano a battersi che per la ritirata. Invano essi formarono il carré (cioè il quadrato). Questo fu sfondato dalla cavalleria austriaca che durante l’azione eseguì delle cariche brillantissime. Nella fuga i napoletani non trovarono un solo momento di riposo. Dalla posizione di Cantagallo non più di una lega lontana dalla nostra città per fino sulla strada di Fermo al di là di Macerata, essi vennero sempre caricati con un’attività instancabile. 

In questo affare le armate Imperiali e Reali han fatto mostra del loro solito valore, come ancora i napoletani sonosi battuti con accanimento. La loro ritirata per altro ha incontrato dei grandi ostacoli [...]. I risultati di questo giorno sono della massima conseguenza. L’inimico ha lasciato sul campo di battaglia circa mille morti e più centinaia di feriti, de’ quali sono pieni al presente i nostri ospitali militari. Esso ha perduto in prigionieri oltre 3000 uomini, fra i quali dai 35 ai 40 ufficiali d’ogni arma [...]. Gli austriaci hanno avuto alcune centinaia di feriti, e 120 prigionieri: che poi hanno riacquistato nel loro ingresso a Macerata. La loro perdita in morti è stata di una qualche considerazione [...]. Durante l’azione i nostri concittadini han potuto vedere dalle mura della città i vari movimenti delle truppe; tanta era la vicinanza dei luoghi, ne’ quali si combatteva [...].

Sua eccellenza il Sig. maresciallo barone Bianchi ha sviluppato nella circostanza tutta l’ampiezza de’ suoi talenti militari. Egli si è trovato costantemente sul campo, ove con rara intelligenza ha diretto le operazioni più difficili. E’ già seguita la riunione delle sue truppe a quelle dell’intero corpo entrato il giorno 5 in Macerata. Tutta l’armata marcia ora per vari punti sulle provincie dell’inimico.

Si attende a momenti la relazione ufficiale di questi gloriosi combattimenti [...]. 

Tolentino, 7 maggio 1815”.  

Possiamo domandarci come il conte Neroni si sia potuto documentare con precisione sugli avvenimenti, il cui drammatico svolgimento consigliava di starsene chiusi in casa; resta il fatto di un resoconto ricco di notizie e particolari interessanti che agevolano la comprensione degli eventi, con l’aggiunta di curiosità e aneddoti che arricchiscono l’interesse per quelle vicende.

Nonostante alcuni errori, le sorti della battaglia erano ancora tutte da decidere sul campo e sembrava che la situazione fosse favorevole alle truppe di re Gioacchino; in quel cruciale momento giunsero al Murat due dispacci che lo disorientarono: il primo comunicava la veloce avanzata dell’armata austriaca guidata dal conte Neipperg, l’altro, la penetrazione dell’esercito austriaco in Abruzzo e in Campania.

Questi comunicati (inesatti e falsi secondo alcuni storici, potrebbero anche far pensare ad un complotto ai danni di Murat) costrinsero il re a prendere la decisione della ritirata, anziché il rischio di essere preso fra due fuochi e l’impossibilità di raggiungere successivamente Napoli. Tale conclusione mise fine alla battaglia sul campo e forse ai primi sogni di un’indipendenza italiana.